il mito. I fusilli di Afrodite




Il mito – Afrodite


Dea greca dell’Amore, della bellezza e dell’arte, Afrodite corrisponde alla Venere dei romani, ed è considerata da tutti, divini e mortali, la più bella tra le Dee, la più irresistibile ed attraente, vero simbolo dell’Amore, di cui non solo si fa portatrice, ma che incarna e rappresenta.

Per Omero, Afrodite è figlia di Zeus e di Dione, mentre Esiodo ci racconta un mito più antico, secondo cui Lei nasce dal membro di Urano, lanciato nel mare da Crono dopo aver appunto evirato il padre. Da quel membro si forma una bianca spuma da cui ha origine la fanciulla divina, che nasce trasportata dalle onde del mare. Appena uscita dalle acque, fu trasportata da Zeffiro nell’isola di Citèra (= Cerigo, da cui l’appellativo) e poi a Cipro, da dove il suo culto si diffuse in tutta la Grecia ed in Sicilia.
Così Euripide ne descrive la nascita…

“… La potenza di Zeffiro, l’umido stormitore, duttile la rapì dalle onde del mare che sempre scroscia. Le Ore dal diadema d’oro salutanti la coprirono di vesti immortali, il capo le cinsero del serio d’oro mirabilmente intrecciato. Nel forellino del lobo d’orecchio le misero fiori preziosi d’oro e ottone, indi ornarono il delicato collo e il seno lucente di collane d’oro di cui esse stesse si fregiano, allorché, cerchi d’oro nei capelli, si recano all’amena danza degli dei e alla casa del padre. Compiuta l’opra, portarono Afrodite, tutta splendida com’era ornata, agli immortali. “ Benvenuta “ essi esclamarono, porsero la man destra e ognun la desiderò quale sposa da condurre alla propria magione. Stupore così e meraviglia destò Citerea dalle ghirlande di violette.”

Dunque il giorno della sua nascita l’Olimpo fece una festa e tutti gli Dei si stupirono all’apparire di tanta bellezza, mentre Era ed Atena, fin dal primo momento, sentirono nel cuore il morso della gelosia: capirono istintivamente che da quel momento la loro supremazia sarebbe stata messa in forse da una ben pericolosa rivale. Nessuno, infatti, riusciva a resistere al suo potere: tutti, uomini e animali, persino le piante a primavera obbedivano al suo dolce richiamo.

“Era immaginata bella e fiorente, tutta riso il sembiante, tutta oro l’abbigliamento; spirava dalla sua persona soave odore d’ambrosia, e allorchè ella si toglieva e dispiegava il cinto della sua bellezza, ogni cosa piegavasi all’incanto che emanava dal suo corpo.”

Molti furono i suoi amanti, mortali e divini.
Il primo fu Adone, il bellissimo cacciatore, che ebbe il malaugurato destino di essere assalito un giorno da un feroce cinghiale e di rimanerne ferito a morte, versando larghi fiotti di sangue dalle crudeli ferite che avevano lacerato il suo corpo. La Dea in suo ricordo volle che le sue spoglie, ogni primavera, ritornassero a vivere e a fiorire sotto l’aspetto dell’ anemone, il fiore dall’intenso colore porporino.
Dopo Adone fu sposa di Anchise, principe troiano dalla cui unione con Afrodite nacque Enea. Per questo i Romani la venerarono come loro protettrice, considerandola una loro progenitrice.
Tuttavia l’incondizionato aiuto da essa portato ai Troiani si ricollega con la leggenda del pomo d’oro lanciato dalla Discordia perché venisse concesso alla Dea piú bella. In quell’occasione Zeus ordinò ad Ermes di condurre Era, Atena ed Afrodíte sul monte Ida, dove furono giudicate da Pàride, il quale – quantunque Era lo allettasse con la lusinga di un vastissimo regno e Atena con l’invincibilità in combattimento – diede la palma della vittoria ad Afrodíte, che gli aveva promesso la mano di Elena. E fu cosí che la Dea si schierò coi Troiani per tutta la durata della guerra.
Dopo Anchise fu la volta di Efesto, l’affumicato e zoppo Dio dei fabbri al quale Ella andò sposa.
Tuttavia il suo amante di sempre fu Ares, dal quale avrebbe avuto più figli (anche su questo vi sono diverse versioni) :Eros (Cupido), cioè l’Amore (secondo un’altra versione nato per partogenesi), e Anteros, ossia l’Amore corrisposto.
Dalla loro unione nacquero anche Demo e Fobo (il Terrore e la Paura), oltre che Armonia. Tra i figli di Afrodite ricordiamo anche Imene, Dio delle nozze, in onore del quale giovani e giovinette cantavano inni durante le cerimonie solenni dello sposalizio.

Ma per quanto Afrodite venisse in qualche modo collegata al matrimonio e alla generazione dei figli, Ella non fu mai la Dea dell’unione coniugale, quale fu invece Era.
Lei rappresenta invece quella potenza che spinge un essere irresistibilmente verso un altro essere, l’amore passionale. Infatti veniva raffigurrata, cinto il corpo di rose e di mirto, su un carro tirato da passeri, colombe e cigni, mentre indossava il famoso cinto magico, che rendeva irresistibile chiunque lo possedesse, perché vi erano intessute tutte le “malie” d’Afrodite, il desiderio e il favellare amoroso e seducente che inganna anche il cuore dei saggi, come diceva Omero. Persino Era, i cui rapporti con Afrodite non erano certo idilliaci, se lo fece prestare allorché Zeus aveva per la testa qualche avventura galante.

Parecchi sono gli appellativi che si accompagnarono al suo nome, alcuni tratti dal luogo dove era venerata (Ciprigna, da Cipro; Cnidia, da Cnido; Citerea, da Citera, ecc.), altri da funzioni attribuitele, come Pandemia, “di tutto il popolo”: protettrice sia delle sue istituzioni, tra cui le nozze, sia più tardi, con elaborata interpretazione filosofica, dell’amore sensuale e profano, in contrapposizione con l’altro suo appellativo di Urania, dea dell’amore intellettuale e celeste.

In epoca tarda si fece una chiara distinzione tra Afrodite PANDEMO, Afrodite URANIA e Afrodite PONTIA; la prima era l’Afrodite terrena, protettrice anche di amori volgari; la seconda era la Dea dell’amore celeste, datrice di ogni benedizione; la terza era l’Afrodite marina, patrona della navigazione e dei naviganti. Così il dominio di Afrodite s’estendeva su tutta quanta la natura, e se in un primo tempo, secondo una genesi asiatica, il suo potere fu collegato alla forza dirompente e procreatrice della natura, col tempo attenuò il suo carattere istintivo finchè in Grecia perse tutto quanto potesse rammentare questa sua discendenza per diventare una divinità squisitamente ellenica.
In occidente, il culto di Afrodite ebbe il suo maggiore centro in Sicilia sul monte Erice, dove esisteva un santuario punico dedicato a Tanit, ove si praticavano riti di fecondità e, pare, anche la prostituzione sacra. Dalla Sicilia il culto della Dea si diffuse in Italia fino a Roma, dove fu venerata col nome di Venus Erycina. Oltre agli appellativi di Ciprigna, Ciprogena e Citerea, Afrodite aveva fra gli altri i seguenti epiteti:

Anadiòmene (emersa dal mare)
Antheia (dea dei fiori, così chiamata a Creta)
Apostrofìa (sviatrice, sottinteso dalle passioni colpevoli)
Aurea (così la si chiama da Omero in poi)
Callìpigia (dal bel sedere)
Filomète (amante dei piaceri)
Peristèa
Pòntica
Tritònia

Espressioni a Lei associate: afrodisiaco, venusiano, venereo, venerazione, veneranda.

Il Culto
Nata dal mare, Afrodite veniva dunque venerata dai naviganti, non come Poseidone, ma come colei che rende il mare bello e tranquillo e sicura la navigazione. Le era sacro il delfino, allegro accompagnatore dei naviganti.
Ma Afrodite ammansisce non soltanto il mare, bensì rende bella anche la terra. Ella è la Dea della primavera, stagione dei fiori ma anche dell’amore.
Le sono sacre le rose, ma anche molte altre piante, quali il melograno e il mirto. Anche la mela, antico simbolo dell’amore, si trova nella sua mano. Afrodite era la bellezza in persona, la grazia e la leggiadria, e Paride, benché comprato con la promessa della bella Elena, non fu in fondo un giudice ingiusto preferendola ad Era ed Atena, quando le assegnò il fatidico pomo con la scritta: “Alla più bella!”.

Con le rappresentanti del proprio sesso, ahimè, Afrodite invece sembrava non nutrire una grande affinità. Basti pensare quante sventure portò ad Elena, Fedra, Pasifac e tante altre. Anche Psiche, l’amante di suo figlio Eros, venne da lei trattata in modo piuttosto umiliante.
La sua bellezza suscitava purtroppo invidia e gelosia sia tra le Dee che le mortali, innescando uno dei più antichi meccanismi con cui le donne si sono combattute anziché allearsi, la rivalità. Sono propensa però anche a ritenere che questa funzione le sia stata attribuita, o per lo meno esasperata, dalla cultura maschilista in cui Ella prosperò.

Il patriarcato ebbe peraltro tra i suoi tanti risultati anche la scissione del femminile in due parti: la madre e la vergine, mentre sembra non esserci spazio per la funzione sessuale, che poteva essere vissuta dalla donna solo all’interno del matrimonio, allo scopo di riprodursi, oppure prima del matrimonio o fuori da esso, con tutte le conseguenze che questo comportava e ancora purtroppo comporta in molte culture sociali e religiose contemporanee.

Afrodite invece incarna proprio il principio del piacere fine a sé stesso, Lei ama per il piacere di amare, e a differenza di altre, sceglie ad uno ad uno i suoi amanti, non subendo mai le altrui scelte. Con il suo cinto magico, che indossa per sedurre chiunque lei scelga di amare, Lei fa dono della sua bellezza e del suo amore, senza altri scopi se non l’amore stesso. La sua gratificazione personale è legata al suo personale valore ed al fatto di scegliere, ed è proprio questo che la rende irresistibile, la sua autenticità. Lei infatti incarna l’amore, prima di tutto per sè stessa, poi verso gli altri.

Afrodite non ama per compensare un vuoto, o per “sistemarsi” o per procreare, Lei basta a sé stessa e nonostante le innumerevoli relazioni, ed il matrimonio con Efesto, ha l’energia di una single, tant’è che i suoi figli vengono allevati dai padri.
Altra cosa che la distingue e la rende estremamente pericolosa agli occhi di uomini e donne più insicuri è che Afrodite non mostra nessuna indecisione nell’esprimere la sua attrazione e utilizza l’erotismo come strumento di seduzione. Lei non attrae per ciò che offre, come altre Dee e mortali più materne e compassionevoli di Lei, ma per ciò che è, e proprio questo suo essere sé stessa fino in fondo produce la grande attrazione.
L’amore per Lei dunque può anche dare gioia agli altri, ma assolutamente non dipendenza.
Lei non fa nulla per essere amata, bensì incarna l’amore, elargisce questo sentimento senza aspettarsi che arrivi dall’altro, come se permettese all’altro di sperimentarlo attraverso Sè stessa.
La compassione di sicuro non le appartiene, persino nel rapporto con i figli. Gli uomini con cui si rapporta appartengono sia al regno delle divinità che a quello degli umani indifferentemente, ciò che conta è il suo desiderio e la sua scelta, che deve prima di tutto gratificare Lei.

Afrodite viene spesso rappresentata con uno specchio in mano. Lei si specchia e si piace, indipendentemente dall’altrui giudizio.
Per questo anche nel mito più e più volte si scontra con la morale collettiva.
Non è che sia priva di etica come vorrebbero farci credere i suoi detrattori. E’ che l’etica di questa irresistibile Dea non è legata alla morale collettiva né tantomeno a quella religiosa, bensì al senso del suo valore personale. Lei vuole condurci ad esplorare il grande tema del rapporto con sé stessi e la propria interiorità, in altre parole il grado della nostra autostima. La sua bellezza infatti è qualcosa che va ben al di là del concetto estetico.

La bellezza di Afrodite, ma ancor più della romana Venere, ha molto a che fare col concetto di armonia. Se per i greci questa armonia riguardava principalmente la perfezione delle forme, con Venere si parla di una bellezza interiore, legata all’essere veri ed autentici. Peraltro al di là dei suoi comportamenti amorosi, va riconosciuto che Lei sempre nel suo agire ama la chiarezza e la sincerità ed infatti tutto ciò che fa, avviene sempre alla luce del sole.

fusilli di Afrodite


Anche per questo viene definita la dorada, l’aurea, al di là dal fatto che era sempre vestita con oggetti d’oro per lei fabbricati da Efesto.

Dunque il vero significato a cui può condurci la “venerazione” per questa alchemica Dea dell’Amore, è lo scoprire sè stessi riflessi in ciò che si ama, per poi ancor più amare sé stessi, la vita, e l’amore.

Dopo tutto questo se avete ancora volgia di proseguire ecco la ricetta:

300 g. di fusilli

1 kg di vongole veraci

2 avocado morbidi al tatto

olio

limone

una manciata di sesamo tostato

prezzemolo

pomodorini

sale e pepe

Procedimento

Prendete una ciotola capiente, riempitela d’acqua e lasciate spurgare per qualche ora le vongole in modo da eliminare l’eventuale sabbia. Fate bollire abbondante acqua in un tegame e sciacquate con cura le vongole. In una padella fate saltare l’olio con l’aglio e aggiungete le vongole che in pochi minuti si apriranno. Spegnete il fuoco e spolverate di prezzemolo tagliato. Tagliate a pezz0ettini l’avocado e conditelo immediatamente con olio e limone. Fate cuocere i fusilli e dopo averle scolate al dente  versatele nella padella delle vongole. Fate amalgamare bene il tutto

distribuendolo in un piatto da portata. Aggiungete l’avocado e una spolverata di sesamo tostato.

Un grazie a Luisa Modonato e Elisabetta Valentini.

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